LA DAMA E L’UNICORNO

“La dama e l’unicorno” (in francese: La dame à la Licorne) è il titolo di una serie (o ciclo) di sei splendidi arazzi (tapisseries) fabbricati in lana e seta e conservati presso l’Hôtel de Cluny di Parigi, dove si trova il Museo nazionale del Medioevo (Musée national du Moyen Âge). Il nome di questo luogo (oggi residenza privata, ma perfettamente accessibile ai turisti) deriva dai frati benedettini dell’abbazia di Cluny, nella regione della Borgogna-Franca Contea, i quali fondarono l’hôtel, in una data imprecisata che si colloca tra il X e l’ XI secolo, perché fosse il collegio dell’ordine nella capitale di Francia.

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Il gusto o l’onestà, la schiettezza, poiché si tratta di una percezione immediata e senza errore.

Gli arazzi furono commissionati nel XV secolo da Jean Le Viste (o Leviste), barone di Montreuil, di famiglia originaria di Neuville-sur-Saône, nella regione dell’Alvernia- Rodano-Alpi. Avvocato e diplomatico del re di Francia, Luigi XI, e poi di suo figlio Carlo VIII, dal 1489 fu presidente della Cour des Aides (che si può tradurre come “Corte degli Aiuti” anche se spesso si lascia non tradotto) della città di Lione, un’assemblea che aveva lo scopo di discutere delle decisioni fiscali prese dal sovrano.

Si stima che il ciclo di arazzi possa essere stato tessuto tra il 1484 e il 1500 (anno della morte di Jean Le Viste). Non si conosce l’autore – o gli autori – ma si sa con precisione che il luogo di produzione furono le Fiandre, che all’epoca facevano parte dei domini francesi. Dopo Jean Le Viste, ebbe diversi proprietari, fin quando, nel 1882, fu posto all’interno dell’Hôtel de Cluny dal collezionista parigino Edmond du Sommerard.

Il tatto o la ricchezza: la mano della dama che tocca l’unicorno potrebbe rappresentare l’avidità.

Questi arazzi furono resi celebri dalla scrittrice francese George Sand, che tra il 1835 e il 1840 fu vicina di casa di uno dei tanti proprietari e li descrisse in diverse opere, la più importante delle quali è un articolo del 1847. Tuttavia, George Sand menziona in questo articolo otto arazzi anziché sei, cosa che induce a sospettare che due di essi siano andati perduti nel tempo.

Il tema ricorrente degli arazzi è quello che dà loro il nome: la raffigurazione di una nobildonna in compagnia di un unicorno bianco e di un leone su sfondo rosso, incorniciati da alberi da frutto e un tappeto di mille fiori. “Millefiori” (mille-fleurs) è appunto lo stile in cui sono tessuti tutti gli arazzi, che era molto in voga durante il XV secolo. A completare il tutto, in ciascuno dei sei tappeti compare lo stemma della famiglia del committente Jean Le Viste: tre lune su banda blu con sfondo rosso.

La dama intreccia corone di fiori: allegoria dell’olfatto o della bellezza.

Cinque degli arazzi sono dedicati a uno dei cinque sensi: olfatto (odorat), tatto (toucher), vista (vue), gusto (goût) e udito (ouïe), e infatti raffigurano la donna come un’allegoria di ciascuno di essi o nell’atto di esaltarne uno in particolare. A seconda dell’arazzo, al leone e all’unicorno vengono aggiunti altri animali come scimmie, volpi, cani oppure lepri, oltre che alcuni tipi di volatili. In tre di essi è presente anche un’ancella che porge qualcosa alla dama o la aiuta nelle sue mansioni.

Il sesto arazzo, più grande degli altri, ha invece un significato molto oscuro. Viene chiamato “À mon seul désir ” (a mio solo desiderio o al mio solo desiderio), per via della frase scritta al centro della raffigurazione. Rappresenta la dama sotto una tenda – tenuta aperta dal leone e dall’unicorno – nell’atto di riporre, all’interno di un cofanetto tenuto dall’ancella, la collana che porta negli altri cinque arazzi.

L’udito o la gioia, simboleggiati dal suono della musica.

A lungo si è dibattuto sul significato di quest’ultima opera, la cui interpretazione non è facile. Una delle ipotesi è che rappresenti la rinuncia ai beni materiali della dama, e quindi la sua decisione di dedicarsi alla spiritualità dopo aver contemplato i cinque sensi che fanno parte del mondo materiale. “Al mio solo desiderio” si riferirebbe quindi alla volontà della dama – o di Jean Le Viste, i cui sentimenti sono rappresentati appunto dalla donna – di dedicarsi unicamente a una vita spirituale, che ella desidera al di sopra dei piaceri terreni.

E’ stato anche ipotizzato che il sesto arazzo possa simboleggiare il sesto senso, ovvero l’intuito, che si distingue dagli altri cinque sensi per essere una percezione mentale anziché fisica. Tuttavia, non si spiegherebbe la presenza costante dell’unicorno (o liocorno, o leocorno) che rappresenterebbe, secondo le credenze medievali, la purezza, mentre il leone rappresenta il coraggio.

L’atto di stare fermi a specchiarsi rappresenta la Vista o la Staticità.

Si pensa che un significato allegorico sia da attribuire anche agli altri animali presenti nei vari arazzi, come pure agli alberi e alle piante. Secondo l’interpretazione di Marie-Elisabeth Bruel, i sei arazzi rappresenterebbero le sei virtù (Vertus) della vita cortese, descritte nella famosissima operaLe roman de la rose del XIII secolo, anziché i sei sensi come è sempre stato creduto a partire dal 1921: la staticità, la bellezza, la ricchezza, l’onestà, la gioia e per ultimo la magnanimità, simboleggiata dall’atto di donare i propri gioielli all’ancella. La frase “a mio solo desiderio” potrebbe alludere al fatto che è sempre possibile scegliere a chi si desidera mostrare la propria generosità e benevolenza.

“À mon seul désir ”, che potrebbe rappresentare la magnanimità o anche la generosità.

Ispirato a questa collezione, che rappresenta l’opera più importante dell’Hôtel de Cluny, dal 2000 è stato creato un giardino medievale nei pressi del museo, che rappresenterebbe proprio la foresta dell’unicorno coi fiori e gli alberi da frutto. Il giardino medievale – ossia una parte dell’intero giardino presente attorno all’edificio – è composto da quattro parti: un giardino dei semplici (cioè delle piante medicinali), un ménagier (o orto), un “giardino celeste”, così chiamato perché vi crescono i fiori simbolo della Madonna (rosa, giglio, violetta e iris) e un “giardino dell’amore”, con piante dall’intensa profumazione.

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