LA TARASCA

La Tarasca (in francese Tarrasque o Tarasque) è un mostro leggendario della mitologia francese la cui invenzione si perde nella notte dei tempi.

Simile a una tartaruga gigantesca, si diceva che avesse però la testa di leone (in alcune statue e raffigurazioni ha la testa di un drago o più teste di drago) e che fosse dotata di sei zampe artigliate ed aculei che spuntavano dalla corazza. La coda, lunghissima, aveva l’estremità puntuta, dettaglio che costituiva un’analogia con i dèmoni dell’inferno. Infatti, in alcune sue rappresentazioni appare addirittura con la testa di un diavolo anziché di un leone, e con la bocca spalancata come un Gargoyle. Non mancano poi rappresentazioni del mostro con due ali simili a quelle di un pipistrello, altra analogia coi dèmoni.

Si narra che la Tarasca fosse figlia del mitologico mostro femminile Onachus, che infestava la Galazia (antica regione della Turchia) bruciando vivo chiunque avesse toccato il suo corpo incandescente, e del biblico mostro marino di sesso maschile noto col nome di “Leviatano“.

La Tarasca – mostro di sesso imprecisato, talora raffigurato con le mammelle e altre volte con la criniera come un leone maschio – infestava la Provenza, e principalmente la valle del Rodano dove sorge l’area della Camargue, a sud della città di Arles. Si dice che questa terribile creatura si cibasse di carne umana e che inghiottisse vivo chiunque le capitasse a tiro.

Sempre secondo la leggenda, il mostro fu alla fine sconfitto da Santa Marta, sorella di Maria Maddalena, entrambe importanti figure venerate dalla Chiesa cattolica. Si dice che entrambe giunsero in Francia poco dopo l’Ascensione di Gesù, dopo cioè aver lasciato la Palestina a causa della persecuzione dei primi cristiani da parte degli ebrei. Il culto verso queste due sante è molto sentito nella Francia meridionale, e rivestono in tutto il mondo cattolico un’estrema importanza poiché, tra tutti i santi venerati dalla cristianità, furono tra coloro che conobbero personalmente la figura di Cristo, proprio come gli Apostoli.

Prima di Marta, si racconta che il re di Tarascona (città dell’odierna regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra) avesse provato a uccidere il mostro, ma invano. Solo le preghiere della santa (in particolare l’Ave Maria) riuscirono a rimpicciolire la gigantesca creatura riducendola all’impotenza.

Una volta divenuta innocua, Marta l’avrebbe poi portata a Nerluc, cittadina che venne in seguito ribattezzata “Tarascon” (in italiano “Tarascona“) dal nome del mostro (secondo altre versioni della leggenda, la creatura viveva proprio in questa città, e non nella Camargue). Tale evento fu di estrema importanza, in quanto portò alla conversione al cristianesimo di numerosi abitanti.

Nonostante la santa originaria di Betania (o Màgdala, a seconda delle versioni riportate nel Vangelo) avesse deciso di non levare la mano contro la Tarasca, tanta era la paura degli abitanti della città che questi decisero di uccidere la bestia una volta per tutte, anche se ormai non poteva più nuocere ad alcuno. E ancora oggi lo stemma della città di Tarascona porta l’effigie del mostro, a ricordo della leggenda.

Stemma della città di Tarascona, tratto dal sito di Wikipedia in italiano. Pubblico dominio.

Non solo, ma qui, tutti gli anni, si celebra l’anniversario della sua sconfitta, e precisamente l’ultima domenica di giugno. Tale anniversario coincide talvolta con la festa religiosa del Corpus Domini.

A Granada, in Andalusia (Spagna) la festa viene celebrata ogni mercoledì festivo portando in processione un carro che raffigura la Tarasca con sopra la statua di Santa Marta, responsabile della sua sottomissione che liberò la Francia del sud dal suo terrore.

Dal nome della “Tarasca” proviene quello del fiore “taràssaco” (o dente di leone).

Si pensa che la sua figura abbia ispirato il mito britannico del IV secolo d. C. di San Giorgio che sconfigge il drago: anche in questo mito, il re della città infestata dal mostro (Selem, in Libia) tenta invano di sottomettere una creatura demoniaca, la quale è invece vinta da un giovane cristiano – appunto San Giorgio – che riesce a renderla innocua ponendogli attorno al collo un collare magico. Riportate in città sia la bestia che la principessa Silene, offerta in sacrificio al mostro, Giorgio può facilmente uccidere il drago e convincere gli abitanti, dediti a culti pagani, che solo la fede nel Dio d’Israele riesce ad operare tali miracoli, determinando la conversione di tutti i presenti.

“San Giorgio che uccide il drago”, dipinto di Bernat Martorell (1434-1435). Bernat Martorell – AA.VV.,El Llibre d’or de l’art català, Edicions Primera Plana, Barcelona, 1997. Immagine di pubblico dominio.

La leggenda della Tarasca può quindi essere una metafora della fede cristiana che annienta la cultura pagana (rappresentata dal mostro) presente presso le popolazioni pre-cristiane. O potrebbe avere un’altra chiave di lettura, la stessa della favola de “La Bella e la Bestia” nata dalla fantasia dello scrittore francese Charles Perrault: la bestia potrebbe rappresentare una sorta di selvaggia virilità (enfatizzata dalla testa di leone, presente anche nella favola) domata dalla femminilità, portatrice di grazia e raffinatezza. Anche in una versione della leggenda di S. Giorgio, infatti, si dice che il collare magico in grado di placare il drago gli venga legato al collo dalla principessa Silene.

Il mito della Tarasca – e i miti da esso derivati – potrebbero quindi rappresentare l’allegoria della trasformazione che avviene nell’uomo attraverso la convivenza con la donna: un addolcimento che potrebbe per lui avere conseguenze o benefiche (come nella favola di Perrault) oppure nocive (come nel mito della Tarasca e di San Giorgio).

TORNA AL FOLKLORE E ALLE LEGGENDE