NICOLAS FLAMEL

Nicolas Flamel (a volte chiamato col nome latino di “Nicolaus Flamellus”) era un alchimista francese del XIV secolo, famoso per aver scoperto la leggendaria “pietra filosofale“.

ALCHIMISTA
“L’alchimista alla ricerca della pietra filosofale”. Dipinto di Joseph Wright of Derby (1771). Derby Museum and Art Gallery (UK). Pubblico dominio. Dal sito di Wikipedia, l’enciclopedia libera. URL: https://it.wikipedia.org/wiki/Alchimia.

Gli alchimisti erano studiosi medievali che si occupavano di scienza e di filosofia. Il loro campo di ricerca andava dalla chimica alla medicina, e dalla fisica all‘astronomia; ma invece di trattare questi argomenti in maniera empirica e scientifica, il loro approccio era puramente filosofico, accompagnato da un atteggiamento superstizioso, tanto che oggigiorno queste figure del passato vengono spesso comparate ai maghi e agli stregoni.

In realtà, l’alchimista era soprattutto uno studioso ed un intellettuale, che tuttavia si trovava a svolgere studi e ricerche sui vari aspetti della vita in un’epoca assolutamente “digiuna” dalle nozioni seicentesche di “empirismo” e di “metodo sperimentale“. Privo di tali nozioni, questo intellettuale dei secoli antichi si appoggiava soprattutto agli scritti religiosi e a quelli dei grandi filosofi del mondo antico per formulare teorie e cercarne conferma nel mondo circostante. Tali dottrine, prive di dimostrazione ma riconosciute da tutti come vere e indiscutibili solamente perché partorite da menti considerate elette ed ispirate dal divino (es. Socrate, Platone e Aristotele), erano l’unico vero fondamento della scienza di quell’epoca. Per questa ragione, non sempre la chiesa cattolica aveva contrasti con gli alchimisti, perfino in un’epoca timorosa e ossessionata dalla presenza di forze oscure e demoniache come il tardo Medioevo ed il Seicento. Non mancavano però coloro che sorpassavano i limiti imposti dalla morale del tempo, la quale proibiva categoricamente la pratica della magia o anche solo l’interessarsi a pratiche magiche ed esoteriche, e questi finivano inevitabilmente sul rogo per stregoneria.

L’alchimista amava svolgere sia ricerche personali che opere di pubblica utilità: poteva infatti, in caso di bisogno, sostituirsi al medico per curare alcune malattie, oppure cercare risposte agli svariati problemi che affliggevano l’umanità di quell’epoca. Gli scopi delle sue ricerche erano molteplici, e potevano andare dal risanamento dei mali allo studio di altri mondi misteriosi, paralleli a quello terreno, o ancora di proprietà nascoste all’interno di metalli e minerali.

E’ il caso di Nicolas Flamel, del quale si dice che, attraverso alcune letture esoteriche arabe e manipolando alcuni metalli, riuscì a creare “la pietra filosofale” (lapis philosophorum), uno strumento capace di tramutare qualsiasi metallo in oro, di trasmettere un’immensa conoscenza e soprattutto di garantire l’eterna giovinezza e salute.

“Nicolas Flamel”, opera di Balthasar Moncornet del XIX secolo. Dal sito di Wikipedia in italiano, voce “Nicolas Flamel”. Immagine di pubblico dominio.

Si diceva che questa pietra potesse eliminare tutte le impurezze del corpo e della materia inanimata poiché dotata dell’essenza dei quattro elementi aristotelici dell’universo: terra, aria, fuoco e acqua. Questi quattro elementi, al suo interno, si trovavano in perfetto equilibrio tra loro e potevano trasmettere la loro armonia a qualunque cosa vi venisse a contatto.

La ricerca di uno strumento che potesse tramutare i materiali in oro era un tema ricorrente dell’alchimia, non tanto perché ciò garantiva l’eterna ricchezza a chiunque lo possedesse, ma piuttosto in ragione del forte simbolismo presente in epoca medievale: tale simbolismo classificava tutta la creazione in precise gerarchie (es. il fuoco era considerato il più nobile dei quattro elementi, il leone il più nobile degli animali terrestri e l’aquila di quelli volatili, il sole il più nobile degli astri, ecc.) e attribuiva all’oro il ruolo di più puro e pregiato di tutti i metalli, simbolo del divino, e perciò sostanza fondamentale presente in tutti i materiali, seppure in dosi diverse. Era convinzione universale dell’epoca che, così come lo spirito divino è presente in tutte le cose, tutto ciò che a esso è attribuito fosse ugualmente contenuto in tutto il creato, in determinate quantità che determinavano la purezza e le proprietà di ciascuna sostanza. Era perciò un dogma degli alchimisti che ogni metallo potesse dare origine all’oro  in quanto già in parte contenuto in ciascuno di essi – ma che poche persone fossero in grado di estrarre questo prezioso materiale dalla materia impura di cui sono fatte le altre sostanze chimiche. Riuscirvi era frutto sia di studio che di ispirazione divina, ed era pertanto doveroso che il cuore dell’alchimista si mantenesse il più incorrotto possibile, vale a dire privo del desiderio di beneficio e arricchimento personali, perché la divinità potesse insufflarvi tale ispirazione.

Queste teorie avevano il loro fondamento sugli studi degli antichi greci, i quali si erano già accorti che i cristalli possiedono determinate proprietà in grado di essere trasmesse per contatto alla materia: ad esempio, si erano accorti che l’ambra strofinata con la lana è in grado di produrre elettricità e che l’ametista, immersa in un calice di vino, è in grado di assorbire l’alcool contenuto al suo interno, evitando le sbornie. Paracelso, alchimista svizzero del XV secolo, viene tutt’oggi considerato uno dei padri della moderna medicina per aver capito che attraverso l’uso dei metalli è possibile curare alcune malattie (es. i sali d’oro curano i reumatismi, il litio rilassa, il rame aiuta lo sviluppo scheletrico e la produzione di collagene, ecc.).

“Paracelso”, dipinto di un anonimo del XVII secolo. Immagine di pubblico dominio dal sito di Wikipedia in italiano, voce “Paracelso”.

Il principio fondamentale dell’alchimia era la ricerca della divinità e della perfezione. Tale proposito era la giustificazione data dai suoi adepti per la lettura di testi “proibiti” provenienti dalla cultura pagana o comunque non cristiana, in particolar modo araba. Il nome “alchimia” deriva appunto dalla parola arabaal-kemi” che significa “arte egiziana“, poiché si diceva che fossero stati gli Egizi i primi a interessarsi di questa disciplina. Per gli alchimisti del tardo Medioevo, quindi, non era possibile interessarsene senza consultare libri provenienti da tale cultura, sebbene questo costituisse un grave rischio perchè non accettati dai religiosi contemporanei. Grazie ai loro studi, e attraverso il fondamento del metodo empirico, è derivata la moderna chimica.

Di Nicolas Flamel poco si sa, se non quanto riportano di lui le leggende: fu nel XVII secolo che nacque la sua fama di inventore della pietra filosofale, attraverso gli scritti di Eiranaeus Orandus, pseudonimo di un editore connazionale a Flamel. L’alchimista viene inoltre menzionato nel romanzo di Victor HugoNotre-Dame de Paris” e soprattutto nel film del 2001 “Harry Potter e la pietra filosofale” (in inglese: Harry Potter and the sorcerer’s stone) ispirato all’omonimo racconto della scrittrice britannica J.K. Rowling. 

Flamel visse una vita tranquilla e morì a Parigi nel 1418, all’età di 88 anni. E’ possibile che la sua morte, avvenuta in età così avanzata per quell’epoca, abbia contribuito ad alimentare la leggenda sulla “pietra filosofale”.

(Tutte le immagini e le informazioni qui contenute sono di pubblico dominio).

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