STENDHAL

Stendhal (1783-1842) è stato un importante scrittore francese del XIX secolo, iniziatore del movimento letterario chiamato Realismo.

“Stendhal”, ritratto di Olof Johan Södermark del 1840. Immagine di pubblico dominio.

Il suo vero nome era Marie-Henri  – o semplicemente “Henri”, come si faceva chiamare – Beyle ed era originario di Grenoble, nella regione dell’ Alvernia-Rodano-Alpi. Non si conosce bene l’origine del suo pseudonimo, anche se potrebbe riferirsi alla città tedesca di Stendal, con cui tuttavia il romanziere non ebbe mai alcun legame diretto.

Stendhal perse la madre molto giovane, e nel 1799 si recò a Parigi, inizialmente per dedicarsi a studi matematici, e in seguito per arruolarsi nell’ Armée d’Italie di Napoleone Bonaparte, grazie alla quale conobbe l’Italia e le sue città d’arte.

Stendhal compì infatti numerosi viaggi nella penisola italiana, di cui amava soprattutto le opere d’arte pittorica. Roma, Napoli e Firenze erano le città da lui più amate, protagoniste del suo memoriale pubblicato nel 1817 assieme all’opera “Storia della pittura in Italia”.

Dal suo nome deriva quello della “sindrome di Stendhal” o “sindrome di Firenze”, ossia una serie di disturbi quali vertigini, confusione mentale, panico, tachicardia, malessere e addirittura allucinazioni di fronte ad opere d’arte pittorica, soprattutto se esposte all’interno di luoghi chiusi e ristretti come si trovano nel capoluogo toscano. Lo scrittore ne riporta i sintomi proprio nel suo memoriale sulle città d’arte, dove afferma di aver provato un tale malessere uscendo dalla Basilica di Santa Croce, situata sull’omonima piazza di Firenze.

Stendhal non ebbe mai una vera e propria formazione letteraria né artistica, ma si cimentò come autodidatta nella scrittura dei romanzi, iniziando col pubblicare biografie di importanti artisti come Mozart (1815).

Fin da giovanissimo, ebbe sempre in odio il conformismo e l’ipocrisia, e sviluppò negli anni uno stile proprio, libero dai vincoli e dai dettami imposti dai critici letterari del tempo.

Scrisse inoltre varie opere autobiografiche, la cui più famosa è la “Vita di Henry Brulard”, altro suo pseudonimo utilizzato nel romanzo per rievocare ricordi, anche malinconici, della sua infanzia. I suoi romanzi più famosi, quelli che gli hanno dato fama, sono però “Il rosso e il nero” (1829) e La certosa di Parma” (1830).

“Il rosso e il nero ” (Le rouge et le noir) è un romanzo ispirato a un fatto di cronaca dell’Ottocento riguardo a un giovane prete artefice dell’omicidio della sua ex amante, fatto da cui Stendhal era stato particolarmente colpito.

I pensieri dei personaggi e i loro sentimenti sono così profondamente analizzati che quest’opera può definirsi un vero e proprio “romanzo psicologico”: poche sono le vicende, ma molta è l’introspezione, così ben dettagliata che il lettore è in grado di capire e immedesimarsi profondamente nell’animo di tutti i protagonisti.

La storia è ambientata in Francia all’epoca della Restaurazione (1815-1830), e il protagonista del romanzo è Julien Sorel, giovane e ambizioso figlio del proprietario di una segheria di provincia, ammiratore di Napoleone e degli ideali rivoluzionari. Inizialmente deciso a intraprendere la carriera militare arruolandosi nella Grande Armée, sogno che svanisce dopo la battaglia di Waterloo, il giovane inizia a studiare classici latini e teologia presso il curato Chélan. Alla fine, guidato dalla sua ambizione, riesce a trovare lavoro come precettore presso la casa del sindaco della sua città (Verrières), Monsieur Rênal, con la cui moglie Louise intreccia presto una relazione che viene però pubblicamente svelata attraverso una lettera anonima. Perso l’impiego ma ancora deciso a fare carriera e a terminare gli studi di teologia, Julien decide di entrare in seminario per diventare prete a Besançon. Ancora una volta, il giovane riesce a diventare influente e a farsi assumere a Parigi come segretario del marchese de la Mole, la cui figlia Mathilde si innamora perdutamente del giovane e, sebbene inizialmente riluttante, ne diviene l’amante per tentare di sfuggire alla noia della sua amara esistenza. Rimasta incinta, convince il padre a darla in sposa a Julien sebbene il vecchio abbia paura che il suo segretario sia solo un cacciatore di dote. Determinato quindi ad avere informazioni su di lui, de la Mole decide di contattare Madame de Rênal, presso la quale il seminarista aveva prestato servizio, ma proprio da lei apprende l’animo truffaldino di Julien. Il giovane torna perciò a Verrières per vendicarsi e uccidere Madame de Rênal, ma quest’ultima riesce a sopravvivere e a perdonare il suo aggressore, che viene comunque arrestato e condannato alla ghigliottina. Dopo l’esecuzione, la sua testa viene recuperata e seppellita da Mathilde, mentre Madame de Rênal muore tre giorni dopo, presa dal rimorso.

Il titolo “Il rosso e il nero” è ovviamente simbolico, anche se i critici non hanno mai avuto un parere concorde su quale possa essere la sua interpretazione: secondo un’ipotesi, potrebbe riferirsi al colore nero dell’abito dei seminaristi (e, a quell’epoca, dei preti in generale) e al rosso del sangue che rappresenta il tentato omicidio di cui si macchia il protagonista. Tuttavia, i due colori potrebbero anche riferirsi al nero della morte e al rosso della passione, ossia alle relazioni clandestine che le donne del romanzo intrecciano col protagonista (una sorta di “eros e thanatos”).

“La Certosa di Parma” (La Chartreuse de Parme) è invece un romanzo scritto in due libri, ambientato in Italia durante l’Età Napoleonica. Il romanzo presenta nella trama alcune similitudini con “Il rosso e il nero”, anche se ha avuto meno fama rispetto alla precedente opera.

Il protagonista è il giovane Fabrizio Del Dongo, italiano e di ricca famiglia milanese, anch’egli ammiratore di Napoleone come Julien Sorrel in quanto figlio illegittimo della marchesa Del Dongo e di un soldato napoleonico. A diciassette anni il ragazzo decide di partire per Waterloo per unirsi alla Grande Armée; tuttavia, dopo la sconfitta di Napoleone, il ragazzo deciderà di non tornare a Milano ma di compiere alcuni viaggi (studia teologia a Napoli e diventa prima monsignore e dopo arcivescovo, poi si reca anche a Bologna e a Firenze) durante i quali vivrà tutta una serie di sfortunati eventi che decreteranno anche il suo arresto e prigionia nella Torre Farnese di Parma. Intreccerà inoltre una relazione con la marchesa Clelia Crescenzi, dalla quale nascerà un bambino che morirà dopo pochi anni, seguito dalla madre. Sconsolato, Fabrizio si ritirerà nella Certosa di Parma, dove morirà dopo un anno.

Dato il finale fortemente drammatico, l’ultimo libro si chiude con la scritta in inglese, quasi ironica, “TO THE HAPPY FEW” (Ai pochi felici), forse per alludere ai pochi lettori fortunati a cui è dedicato il romanzo, quasi fossero dei “sopravvissuti”. Poco prima della dedica, l’autore ci informa che alcuni dei personaggi, sebbene minori, sono sopravvissuti e hanno prosperato, e quindi la scritta in inglese potrebbe voler intendere che la vita continua.