CORNEILLE, MOLIÈRE E RACINE

Il teatro francese del Seicento ha conosciuto il suo massimo splendore grazie alle sublimi opere teatrali di tre dei suoi principali esponenti: Pierre Corneille (1606-1684), Molière (1622-1673) e Jean Racine (1639-1699).

Tra i tre, la figura maggiormente di rilievo è quella di Molière, il cui vero nome era Jean-Baptiste Poquelin.

Molière è stato il più grande commediografo francese di tutti i tempi, autore di indimenticabili opere come “Le Preziose ridicole” (Les Précieuses ridicules) del 1659, “Sganarello o il cornuto immaginario” (Sganarelle ou le Cocu imaginaire) del 1660, “La scuola delle mogli” (L’école des femmes) del 1662, “Tartufo” (Tarfuffe) scritto tra il 1664 e il 1669, “Il medico per forza” (Le médicin malgré lui) del 1666, “Don Juan” del 1665, “Il misantropo” (Le Misanthrope) del 1666, “L’avaro” (L’Avare) del 1668, “Il borghese gentiluomo” (Le bourgeois gentilhomme) del 1670, “Le furberie di Scapino” (Les fourberies de Scapin) del 1671, “Le donne sapienti” (Les femmes savantes) del 1672 e “Il malato immaginario” (Le malade imaginaire) del 1673.

“Molière”, ritratto di Pierre Mignard conservato al Museo Condé di Chantilly.

Proveniente da una famiglia della piccola borghesia, lasciò gli studi per dedicarsi al teatro, fondando da giovanissimo una compagnia di attori girovaghi (l’ “Illustre Teatro”) alla quale si unì anche la famiglia di commedianti “Les Béjart”.

Oltre a cimentarsi come attore, Molière divenne presto anche commediografo di pièce brillanti e farsesche per cui ancora oggi è ricordato in tutto il mondo.

Il suo talento di interprete e commediografo venne riconosciuto solo a Parigi, sua città natale, dove fece ritorno dopo molti anni di spettacoli in giro per tutta la Francia. Durante i suoi soggiorni, visse molte rocambolesche avventure e conobbe anche la prigione [1]. Fu solo nel 1665 che la fortuna cambiò, tanto da permettergli di rappresentare le sue opere a corte e venir proclamato commediografo ufficiale di Luigi XIV.

Il teatro di Molière, satirico e umoristico, è una rappresentazione farsesca della società del Seicento, con i suoi difetti, le sue ridicolezze e le sue meschinerie.

Molière era solito interpretare personalmente i protagonisti delle sue commedie, ed è infatti noto che, ammalato da tempo di tubercolosi, morì sulla scena proprio mentre stava interpretando Argante ne “Il malato immaginario”.

Un altro grandissimo nome del teatro francese è quello di Jean Racine (conosciuto in italiano come Giovanni Racine): se Molière è infatti il più grande dei commediografi francesi, Racine è senz’altro il più grande dei drammaturghi.

E’ famoso infatti per la produzione di tragedie di straordinaria bellezza, tra cui “La Tebaide o i fratelli nemici” (La Thébaïde ou les frères ennemis) del 1664, che fu la sua prima opera in assoluto;  “Andromaca” (Andromaque) del 1667, “Britannicus” del 1669, Bérénice” del 1670, “Mitridate” (Mithridate) e “Bajazet” del 1672, “Ifigenia” (Iphigénie) del 1674, e “Fedra” (Phédre) del 1677.

Due delle sue ultime opere furono “Esther” del 1689 e “Atalia” (Athalie) del 1691.

In vita, fu amico di numerosi artisti tra cui lo stesso Molière, che interpretò la “Tebaide” assieme alla sua compagnia di attori. Conobbe inoltre Jean de la Fontaine e Charles Perrault, due celebri favolisti francesi del XVII secolo. Ma vi fu sempre rivalità con Pierre Corneille, altro grandissimo drammaturgo a volte italianizzato in Pietro Cornelio.

Corneille è celebre per le tragedie “Melite” del 1625, che fu la sua prima opera; “Medea” (Medée) del 1635, “Orazio” (Horace) del 1640, “Cinna”, “La morte di Pompeo” (La mort de Pompée) del 1641 e  “Poliuto martire, tragedia cristiana” (Polyeucte martyr, tragédie chrétienne) del 1642.

Tra le sue opere, però, non vi furono solamente tragedie: scrisse anche la commedia “Il bugiardo” (Le menteur) del 1644 e la tragi-commedia “Cid” del 1637, ispirata alla vicenda storica della Reconquista spagnola.

Note bibliografiche:

[1] “Littérature et civilitation français” di G.F. Bonini e M-C. Jamet sous la direction de G. Freddi, Valmartina, 1994, Torino, volume 1, pag. 241.

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