GIOVANNA D’ARCO

Giovanna D’Arco, santa della chiesa cattolica e patrona di Francia, eroina nazionale canonizzata cinquecento anni dopo la sua morte da Papa Benedetto XV, è famosa in tutto il mondo per le gesta gloriose compiute nel conflitto armato conosciuto come GUERRA DEI CENT’ANNI (clicca sul link per accedere alla pagina relativa) che si consumò tra il XIV e il XV secolo tra Francia e Inghilterra. 

In questa pagina sarà narrata la sua vita, dalla nascita fino alla tragica morte sul rogo all’età di diciannove anni per eresia e stregoneria.

(Scritto da Elisa Quaglia)

“Giovanna D’Arco a cavallo”. Illustrazione di Antoine Dufour, tratta dal manoscrittio “La vita delle donne famose” (1504), conservato al museo Dobrée di Nantes. 1504. Immagine di pubblico dominio.

Di Giovanna D’Arco non vi sono notizie certe riguardo alla data di nascita. Dalle cronache della sua epoca emerge con certezza che nacque nel 1412, ma per quanto riguarda il giorno e il mese, si ha solo una data convenzionalmente attribuita dagli storici in epoca più recente: il 6 gennaio.

Originaria di Domrémy, un paesino di campagna della Lorena (oggi chiamato in suo onore Domrémy-la-pucelle), Giovanna era figlia di due contadini piuttosto agiati, proprietari di terre e di bestiame, che si chiamavano Jacques D’Arc e Isabelle Romée. I suoi tre fratelli maggiori avevano nome Jacques (detto “Jacquemin”), Jean e Pierre, ed era presente anche una sorella di nome Catherine.

Al suo paese era usanza dare alle femmine il cognome materno, mentre ai maschi il cognome paterno, perciò il suo vero nome era presumibilmente “Jeanne Romée”; solo in seguito le fu attribuito erroneamente dagli storici il nome di “Giovanna D’Arco” (Jeanne D’Arc) rifacendosi al cognome paterno; ma entrambi i nomi non furono mai menzionati durante la sua epoca: ci si riferiva a lei semplicemente come a “Giovanna la Pulzella”.

“Giovanna D’Arco” in una raffigurazione di Andrew C.P. Haggard (1854–1923) colorata da Rinaldum. Immagine di pubblico dominio.

Sin dai primi anni della sua vita, Giovanna fu sempre una fanciulla molto devota, dotata di un eccezionale fervore religioso che la rendeva piena di carità e generosità verso tutti. Profondamente cristiana come tutta la sua famiglia, era solita recarsi alla Santa Messa tutti i giorni e confessarsi ogni volta che le era possibile, fatto particolarmente raro ed encomiabile persino per la sua epoca.

Non era dedita alle arti militari, ma si occupava di filare, tessere e accudire il bestiame come una qualunque altra giovane della sua estrazione sociale. Per quanto riguarda le caratteristiche fisiche, viene raffigurata e descritta sempre come una ragazza molto graziosa, in alcuni dipinti con lunghi capelli biondo-rossi, in altri castano scuro.

All’epoca in cui nacque Giovanna, era in corso la Guerra dei Cent’Anni, che si combatteva (seppur con diverse tregue) dal 1337 tra inglesi e francesi per il diritto al trono di Francia. Nel 1415 il re d’Inghilterra Enrico V di Lancaster era stato incoronato re di Francia costringendo all’abdicazione il re francese Carlo VI. Ciò aveva comportato anche la diseredazione del Delfino suo figlio, che aveva anch’egli nome Carlo (Trattato di Troyes del 1420). La Francia si era così divisa in due fazioni: i Borgognoni (Bourguignons), che appoggiavano il re d’Inghilterra (che all’epoca di Giovanna era Enrico VI, figlio di Enrico V), e gli Armagnacchi (Armagnacs), che riconoscevano solamente al Delfino Carlo il diritto di salire sul trono, nonostante il trattato.

A Domrémy la popolazione era per la maggioranza armagnacca, compresa la famiglia di Giovanna. La questione della guerra – inclusa la guerra civile tra Armagnacchi e Borgognoni – era molto sentita tra i suoi abitanti, e anche la ragazza non era indifferente alla situazione politica presente. Gli inglesi, tra l’altro, avevano attribuito la vittoria decisiva sul campo di battaglia di Azincourt (con la quale si erano impossessati della corona francese) a un intervento divino, cosa che aveva indignato moltissimo gli Armagnacchi cattolici come Giovanna D’Arco (da “Enrico V” di William Shakespeare, atto IV, scena VII).

“La battaglia di Azincourt”, illustrazione dell XV secolo. Immagine di pubblico dominio.

All’età di tredici anni circa, la fanciulla, già profondamente religiosa e sensibile alla situazione politica creatasi, cominciò a sentire “delle voci” che col tempo furono da lei riconosciute come divine (secondo la tradizione cristiana, provenivano da san Michele Arcangelo, da santa Caterina d’Alessandria e da santa Margherita d’Antiochia, nonché da Dio stesso). Queste voci le comandavano di lasciare il suo villaggio per recarsi dal Delfino e guidare l’esercito francese alla riscossa, ribaltando la situazione politica.

Ispirata dalle voci che udiva (a cui si aggiunsero anche delle visioni mistiche), la fanciulla decise di fare voto di castità e offrire la sua vita a Dio. Perciò, quando i suoi genitori decisero poco dopo di fidanzarla a un giovane contadino del paese di Toul, Giovanna si oppose con tutte le sue forze al matrimonio e venne per questo citata in tribunale dal ragazzo, che aveva già stipulato un accordo formale con i due futuri suoceri. Fu così che la ragazza si trovò una prima volta coinvolta in un processo (anno 1428), dal quale uscì vincitrice in virtù della grandissima sicurezza di sé che possedeva. Grazie a ciò, i giudici si convinsero a dichiarare la non validità di un fidanzamento deciso contro il suo volere e ad assolvere Giovanna, fatto che risulta piuttosto singolare considerando il maschilismo presente all’epoca.

Tuttavia, la giovane non rivelò mai a nessuno dell’esistenza delle sue voci, fino all’età di quindici – sedici anni, quando scappò una prima volta di casa per conferire col capitano della guarnigione del Delfino di Francia stanziata a Vaucouleurs: Robert de Beaudricourt. Venendo presa per matta in quanto capace di sentire strane voci e vedere strane apparizioni – e, per di più, con l’assurda richiesta di porsi a capo dell’esercito – fu rispedita immediatamente a casa e tenuta segregata dai parenti fin quando, circa un anno dopo (nel 1429) tentò nuovamente la stessa impresa.

Stavolta Beaudricourt, convinto dalle insistenze della fanciulla, decise di accompagnarla finalmente a Chinon, sulla Loira, per incontrare il Delfino Carlo e sua madre Isabeau di Baviera (22 febbraio 1429).

“Giovanna D’Arco condotta davanti a re Carlo VII a Chinon”, illustrazione del XV secolo tratta dal manoscritto “Le veglie di Carlo VII”. Immagine di pubblico dominio.

Sul primo incontro tra Giovanna D’Arco e il Delfino di Francia è nota una famosa leggenda: per mettere alla prova la fanciulla, il Delfino si nascose in mezzo ai cortigiani del castello di Chinon senza palesare chi fosse. Giovanna, come guidata da una mano misteriosa, si diresse immediatamente verso di lui e s’inginocchiò al suo cospetto pur senza averlo mai visto prima. Dopodiché, gli disse di essere stata mandata da Dio per aiutarlo a riprendersi il trono di Francia, e che per fare questo doveva essere posta a capo dell’esercito per liberare le città assediate dagli inglesi.

Dopo quell’episodio, che lo aveva reso comprensibilmente incerto sul da farsi, il Delfino convocò una commissione di esperti per esaminare la ragazza e assicurarsi che le sue parole non fossero semplicemente una truffa o una beffa degli inglesi. Ma dopo diverse settimane, fu accertata la buona fede di Giovanna, la sua devozione in Dio e la sua sincera lealtà verso la Francia.

Fu quindi stabilito di porla a capo delle milizie francesi – nonostante fosse donna e per di più una ragazzina di soli diciassette anni – e, per l’occasione, le fu data anche una splendida armatura, uno splendido cavallo nero e uno stendardo con lo stemma che il Delfino assegnò alla sua famiglia, da lui nobilitata.

Lo stemma di Giovanna D’Arco: due gigli in campo blu (simbolo del re di Francia) e una spada che regge una corona, come simbolo della regalità che pone il proprio destino nelle mani della giovane.

Saputo ciò, anche i fratelli di Giovanna accorsero a combattere insieme a lei, anche per vigilare sull’incolumità della sorella, che da quel momento in poi avrebbe vissuto sempre circondata da soldati. Giovanna impose a questi ultimi, tra l’altro, un rigore morale mai visto prima: comandò alle truppe di confessarsi e fare la Comunione di frequente, di allontanare la prostitute che giravano attorno al campo di battaglia e proibì sia la bestemmia che il furto, nonché ogni tipo di violenza gratuita contro i nemici. Era infatti categorico, poiché era là per fare la volontà di Dio, che ciascuno dei soldati seguisse alla lettera i dettami della fede cristiana elevandosi spiritualmente al di sopra della fazione avversaria. Così facendo, ben presto l’esercito di Francia, prima spossato e demotivato, ritrovò la voglia di combattere.

Il 22 marzo 1429, Giovanna, che era analfabeta, fece scrivere sotto dettatura una feroce lettera rivolta verso il re d’Inghilterra Enrico VI (che aveva solo otto anni): gli si intimava di cessare l’assedio contro la città di Orléans, roccaforte degli Armagnacchi, che durava dal 1428, e di lasciare per sempre la Francia in nome del Signore, onde evitare che l’esercito francese da lei guidato mettesse a ferro e fuoco il Paese.

La risposta negativa e altrettanto feroce del re d’Inghilterra (e soprattutto dei suoi consiglieri) non tardò a venire, e Giovanna, vestita come un soldato, con tanto di spada, armatura e i capelli tagliati come un uomo, guidò le truppe francesi al salvataggio di Orléans.

Assieme a lei combatterono anche i suoi fratelli e Jean “Il Bastardo di Orléans”, figlio illegittimo dello zio del Delfino (29 aprile 1429). Dopo circa una settimana (8 maggio), l’assedio si concluse con la ricacciata degli inglesi: Orléans era salva, e per questa eroica impresa Giovanna fu chiamata da quel momento in poi “la pulzella d’Orléans” – o semplicemente, in francese, “La pucelle”.

A questa vittoria ne seguirono presto molte altre: a Jargeau, a Meung-sur-Loire, a Beaugency, e quella più importante di Patay. In tutte, i francesi guidati da Giovanna D’Arco riuscirono ad avere la meglio sugli inglesi, permettendo al Delfino di riacquistare potere, tanto che il 17 luglio 1429 questi venne incoronato re di Francia a Reims col nome di Carlo VII (passò perciò alla storia col soprannome di “il vittorioso” o “il ben servito”). A quel punto, nessuno ebbe più dubbi sul fatto che Giovanna fosse stata realmente mandata da Dio per fare la sua volontà.

“Consacrazione di Carlo VII a Reims”, illustrazione di Martial d’Auvergne tratto dal manoscritto del XV secolo “Le veglie di Carlo VII”. Immagine di pubblico dominio.

Ma la ragazza non fu soddisfatta da quella importante vittoria, sebbene le sorti della Francia si fossero completamente ribaltate e le gesta compiute avessero fatto guadagnare l’esenzione dalle tasse a tutto il suo paese: ansiosa di liberare l’intera nazione dall’egemonia inglese (si ricorda che Parigi e la maggior parte del nord della Francia erano rimaste alleate degli inglesi), e di cancellare per sempre la fazione borgognona, riprese a combattere nella primavera del 1430 con sprezzo del pericolo (durante le precedenti battaglie era già stata ferita diverse volte), e questo le fu fatale.

Il 6 maggio 1430 arrivò con il suo esercito all’assediata Compiègne, per liberarla dalle mani inglesi. La spedizione fu interamente un’iniziativa di Giovanna, non ordinata dal sovrano. Il 23 maggio, però, la “pulzella” venne catturata presso la cittadina assieme al fratello Pierre e ad alcuni suoi soldati, durante un’imboscata tesa dai Borgognoni.

“I Borgognoni catturano Giovanna D’Arco a Compiègne”, illustrazione del XV secolo tratta dal manoscritto “Le veglie di Carlo VII”. Immagine di pubblico dominio.

Poco più tardi, suo fratello e gli altri soldati vennero rilasciati su riscatto, mentre Giovanna fu tenuta prigioniera fino all’autunno nel castello di Beaurevoir del conte di Lussemburgo, un vassallo del duca di Borgogna alleato degli inglesi. Durante questo periodo di tempo, la fanciulla tentò di scappare due volte, ma l’ultima le comportò una ferita piuttosto seria saltando giù da una finestra, e la obbligò a non tentare ulteriormente la fuga.

Il 21 novembre 1430 venne venduta direttamente agli inglesi e, nel dicembre dello stesso anno, trasferita a Rouen, capoluogo della Normandia, che era fortemente borgognona. I soldi ottenuti dalla vendita della ragazza furono consegnati a Pierre Cauchon, vescovo di Beauvais, la diocesi di cui faceva parte Compiègne.

Inizialmente, venne chiesto infatti a Cauchon di prendere in mano il “caso” della ragazza, poiché il fatto che si dicesse “mandata da Dio” imponeva che fossero degli ecclesiastici a occuparsene; in più, la cattura era avvenuta all’interno della sua diocesi (appunto quella di Beauvais). Tuttavia, Cauchon preferì rivolgersi all’Inquisizione anziché esporsi direttamente, per dare avvio a un processo formale contro la pulzella e stabilire la sua buona fede o meno.

Infatti, era già nella mente degli inglesi dichiararla una millantatrice, per dimostrare che durante le battaglie vinte aveva agito contro il volere di Dio e non a favore: era una vergogna, per il regno d’Inghilterra, essere considerato in torto di fronte al volere della Chiesa e di Dio! Ma per dichiarare ufficialmente la mendacità di Giovanna, senza che le accuse sembrassero faziose, era necessario iniziare un processo e seguire scrupolosamente una rigida procedura legale.

Per fare questo, bisognava innanzitutto trovare dei capi d’accusa. Il 9 gennaio 1431 ebbe perciò inizio, a Rouen, uno “strano” processo contro Giovanna, privo cioè di capi d’imputazione: l’interrogatorio a cui la sottopose l’Inquisizione (formata da teologi, professori e religiosi) aveva infatti lo scopo di trovare dei capi d’imputazione, che al momento erano assenti. Era dunque necessario farle delle domande per spingerla a tradirsi e poterla accusare di qualche crimine, onde avviare successivamente il processo ufficiale.

Giovanna si trovò dunque una seconda volta davanti a un tribunale, ma nuovamente seppe difendere molto bene la sua posizione, nonostante le domande “trabocchetto” che le vennero fatte dagli inquisitori. Anzi, la ragazza seppe rispondere alle domande con una sicurezza e una fermezza tali che suscitarono un grandissimo stupore tra tutti i dotti presenti. Le venne chiesto anche riguardo alla sua fede e alle voci che sentiva, ma ella testimoniò rifiutando sempre di prestare qualsiasi tipo di giuramento, per non essere costretta a rivelare dei segreti del re di Francia o altre indiscrezioni.

“Giovanna D’Arco interrogata nella sua prigione dal cardinale di Winchester”, dipinto di Hyppolite Delaroche (1824) conservato al Museo delle Belle Arti di Rouen.

Il 21 febbraio furono finalmente trovati dei capi d’accusa: eresia e stregoneria. Giovanna venne accusata di essere un’eretica per la sua abitudine di portare sempre vestiti maschili – consuetudine contraria ai dettami della Chiesa – e una strega per via delle sue voci, che vennero interpretate dall’Inquisizione come demoniache. La ragazza fu perciò chiamata “Revelationum et apparitionum divinorum mendosa confictrix”, cioè ” falsa inventrice di rivelazioni e apparizioni divine”. Più avanti nel tempo, furono trovati almeno altri settanta capi d’accusa diversi come blasfemia, menzogna, idolatria, superstizione e apostasia (rinuncia alla fede). Ma Giovanna non ammise mai queste colpe neanche di fronte alla minaccia di tortura, così come non rinunciò mai a portare abiti maschili ad ogni udienza.

Per tutta la durata del processo, la fanciulla fu imprigionata nella torre del castello di Filippo Augusto, che venne poi ribattezzata “Tour de la Pucelle” e che oggi è chiamata “Torre Giovanna D’Arco”.  Le condizioni di vita a cui fu costretta erano quantomai disagiate, e la sua cella era sorvegliata da un numero cospicuo di guardie per evitare che scappasse.

In quella circostanza, Carlo VII, che pure aveva ottenuto il trono di Francia grazie a lei, sorprendentemente non intervenne mai per aiutarla.

Molti degli accusatori, come Richard de Grouchet e Jean Massieu, furono costretti – come poi rivelarono – a far parte del tribunale inquisitorio sotto minaccia degli inglesi. Convinti dell’innocenza della ragazza, per salvarle la vita la portarono un giorno sulla piazza grande di Rouen a vedere il rogo che era stato preparato per bruciarla viva (era questa la condanna di coloro che venivano riconosciuti colpevoli di eresia e stregoneria), in modo da spronarla a dichiararsi colpevole e a pentirsi.

A quel punto, spinta dalla paura, Giovanna decise di firmare l’atto di abiura nel quale ammetteva di essere stata guidata dal demonio in tutte le azioni che aveva compiuto dal suo arrivo a Chinon fino a quel momento (24 maggio 1431). Riportata in cella, finalmente si convinse a portare abiti femminili e a sottomettersi, e la sua pena fu commutata in carcere a vita.

Tuttavia, il 27 maggio (tre giorni dopo) Giovanna decise di ritrattare l’abiura e fu ritrovata nella sua cella nuovamente vestita da uomo. Quest’atto venne considerato una grave ricaduta nella colpa, e a quel punto fu deciso per la sua condanna a morte: il 30 maggio 1431, dopo aver ricevuto i Sacramenti, la pulzella fu riportata nella piazza grande di Rouen e legata al rogo. Dopo aver gridato per tre volte il nome di “Gesù”, la fanciulla spirò soffocata dal fumo, prima ancora di essere bruciata dalle fiamme. Aveva diciannove anni.

“Giovanna D’Arco sul rogo”, di Hermann Anton Stilke. Immagine di pubblico dominio.

Il cardinale di Winchester, che aveva presieduto il processo contro di lei, fece cremare il corpo di Giovanna affinché non ne rimanesse traccia e non iniziasse un culto religioso verso la sua salma.

Quando poi Carlo VII riuscì a riprendersi Rouen, nel 1450, il caso di Giovanna fu finalmente riaperto. In particolar modo, sua madre e i suoi fratelli vennero a chiedere al re di Francia in persona che fosse avviato un secondo processo, postumo, per riabilitare la ragazza e annullare quanto decretato nel processo per eresia.

Alla fine della Guerra dei Cent’Anni, nel 1453, papa Callisto III venne informato, per ordine del re, dell’intenzione di avviare il processo di nullificazione del precedente verso Giovanna D’Arco. Una volta ottenuto il consenso del papa, il suddetto processo ebbe luogo dal 7 novembre 1455 al 7 luglio 1456, periodo di tempo durante il quale vennero raccolte le testimonianze di tutti coloro che avevano conosciuto la pulzella. Al termine di esso, la sua figura venne completamente riabilitata e riconosciuta innocente di ogni accusa mossa dagli inglesi.

Il lungo iter che portò alla canonizzazione di Giovanna D’Arco, però, ebbe inizio solo nel XIX secolo per richiesta del vescovo di Orléans, la quale venne approvata da papa Leone XIII solo nel 1894. In quello stesso anno, la fanciulla, già eroina nazionale, venne dichiarata anche venerabile della chiesa cattolica.

La beatificazione ebbe poi luogo il 18 aprile 1909 da parte di papa Pio X, mentre la canonizzazione vera e propria il 16 maggio 1920 da parte di papa Benedetto XV.

Oggi Giovanna D’Arco, lungi dall’essere un’eretica e una strega, è una santa della chiesa cattolica, ed è la patrona di Francia assieme a Luigi IX e a santa Teresa di Lisieux.

(Tutte le informazioni qui presenti sono di pubblico dominio).

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