IL SANTO GRAAL

La parola “Graal” è la storpiatura francese del termine latino “gradalis“, e con questo vocabolo si intende la coppa dalla quale bevve Gesù Cristo durante l’Ultima Cena. Secondo la leggenda, nella stessa coppa (o calice) Giuseppe di Arimatea, che si occupò della deposizione dalla Croce e della sepoltura di Gesù, raccolse alcune gocce del suo sangue uscite dalla ferita sul costato, conservando il prezioso tesoro fino alla morte (per questo è possibile che il termine “santo Graal” possa derivare anche dal francese “sang réel“, cioè “sangue reale”).

Col termine “Santo Graal” (o Sacro Graal, detto in francese “Sacré Graal”) si intende perciò il calice col quale Gesù istituì il sacramento dell’Eucaristia (o Eucarestia) durante l’Ultima Cena, pronunciando le parole: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.” (Mt 26, 27-29). L’evento viene narrato dai 4 Vangeli ufficiali riconosciuti dalla Chiesa Cristiana (Vangelo di Marco, Matteo, Luca e Giovanni), gli stessi Vangeli in cui viene narrata anche la figura di Giuseppe di Arimatea, membro del Sinedrio (tribunale ebraico) che depose Gesù dalla Croce dopo la sua morte: “Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò”. (Mt 27,57-61). Nel Vangelo di Giovanni vengono descritti anche particolari in più sulla sepoltura: “Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe.” (Gv 19, 39-40). Ma non viene narrato altro.

Esistono però alcuni vangeli apocrifi (non ufficiali) e una vasta letteratura medievale in cui si narra che Giuseppe di Arimatea, prima della sepoltura, raccolse nel calice dell’Ultima Cena alcune gocce del sangue di Gesù Cristo uscite dalla ferita sul costato. Dopodiché, venne fatto prigioniero dal Sinedrio per aver fatto deporre Gesù senza il consenso delle autorità ebraiche, ma riuscì miracolosamente a scappare in Francia (per la precisione, nella regione della Provenza) assieme a Maria Maddalena e a Nicodemo.

Lasciata la Francia, sempre secondo la leggenda, Giuseppe andò a rifugiarsi in Gran Bretagna (e precisamente nella terra di Avalon, un’isola vicino dove Re Artù fondò poi la città di Camelot) portando con sé il Graal, che alla sua morte fu affidato a diversi re, tramandato per linea di successione diretta. Dopodiché, la santa reliquia andò perduta per sempre, nascosta, si dice, dai Cavalieri Templari francesi. 

Esiste tuttavia la credenza che questa sia conservata tutt’oggi nel monastero di Monserrat in Catalogna (Spagna), luogo famoso per il culto della statua della Santa Vergine dalla pelle scura e dall’abito d’oro, risalente all’880 d.C (Madonna di Monserrat, patrona della Catalogna). Secondo altri, il Graal si troverebbe sempre in Spagna, ma bensì nella cattedrale di Valencia, dove si trova anche esposta. Più di cinquanta sono le località d’Europa che rivendicano il possesso del sacro calice, anche se Valencia rimane la più famosa in assoluto, in quanto la cappella dove si trova esposto, chiamata appunto “Cappella del Sacro Calice”, apparteneva al celebre re Alfonso V d’Aragona “Il magnanimo” (1396 – 1458), sovrano d’Aragona, di Valencia e di Napoli. Questi, che in vita fu sempre ossessionato dalla leggenda del Graal, si dice esserne stato suo ultimo possessore in assoluto, dopo che il calice gli fu donato dai monaci del convento di San Juan de la Pena intorno al 1420.

Ma la leggenda del Santo Graal ebbe il suo vero e proprio inizio in Francia nel XII secolo, grazie alle opere letterarie del celeberrimo scrittore francese Chrétien de Troyes (1135-1190), autore di numerosi libri su Re Artù, il più famoso dei quali è il “Lancillotto o il cavaliere della carretta” (Lancelot ou le chevalier de la charrette), che fa parte del ciclo bretone della Chanson de Geste.

“Lancillotto combatte contro i sette leoni”. Illustrazione medievale,. Pubblico dominio.

In particolar modo, del Santo Graal si fa menzione nel suo poema epico “Percival o il racconto del Graal” (Perceval ou le conte du Graal), romanzo del 1180-1181 in cui viene narrata l’esistenza di un calice luminoso ricoperto di pietre preziose (leggende successive lo descrivono fatto d’argento), capace di offrire un misterioso nutrimento spirituale, e posseduto dal “Re Pescatore”, zio di Percival stesso. In questo libro viene per la prima volta introdotto il termine francese “Graal“, utilizzato anche in italiano (in tedesco viene invece chiamato “Gral ” con una sola “a“, in inglese “Grail ” e in spagnolo “Grial”).

Nel romanzo di Chrétien de Troyes, il legame tra il calice e l’Ultima Cena viene solamente accennato, attraverso alcuni riferimenti agli eventi narrati dai Vangeli. Ma la connessione esplicita tra il Graal e il calice di Gesù Cristo si deve al poeta francese Robert de Boron (XII-XIII secolo), anch’esso autore di Chansons de Geste, che nel suo romanzo “Giuseppe di Arimatea” (Joseph d’ Arimathie), noto anche come “Romanzo della storia del Santo Graal” (Le roman de l’histoire du Graal) e scritto tra il 1170 e il 1212, racconta del mistero e della leggenda della santa reliquia così come questi sono pervenuti a noi oggi.

Da quest’ultima opera è scaturita una produzione letteraria fittissima inglese, francese e tedesca, soprattutto riguardo alla “Ricerca del Santo Graal” (Quest for the Holy Grail in inglese, Quête du Saint-Graal in francese) ad opera dei cavalieri di Re Artù o cavalieri della Tavola Rotonda (che erano appunto 12 come gli Apostoli). La più celebre opera su questo argomento è datata 1220 e fu scritta da un anonimo monaco francese (“La ricerca del Santo Graal”). Un altro autore francese che scrisse in merito fu anche Gilbert (in italiano Gerberto) de Montreuil nel XIII secolo.

Tra i cavalieri di Re Artù che, si narra, andarono alla ricerca della sacra reliquia, vi furono non solo Percival (o Perceval o Parsifal) ma anche Bors e poi Galahad, figlio di Lancillotto, noto per essere il cavaliere dal cuore più puro del mondo (perciò chiamato anche Galahad il puro, o Galahad il casto) e quindi il prescelto per il suo ritrovamento, come Percival.

“Bors (all’estrema sinistra), Perceval (accanto) e Galahad (inginocchiato a destra) trovano il Santo Graal”. Arazzo di Sir Edward Burne-Jones, William Morris e John Henry Dearle. conservato al Birmingham Museum and Art Gallery. Dal sito di Wikipedia in inglese.

Nei romanzi si racconta infatti che il Santo Graal possa essere ritrovato solo dai puri di cuore, e che sia dispensatore di grazia e di beni (materiali e spirituali) per i prescelti. La stessa Tavola Rotonda, su cui sedevano i 12 cavalieri di Artù, aveva un tredicesimo posto vacante rappresentato da un trono con al centro una fiamma, che veniva chiamato “Seggio periglioso”. Merlino, il mago di Artù che era stato autore della tavola, aveva riservato quel posto all’unico cavaliere predestinato a trovare il santo Graal, ovvero il più puro dei cavalieri di Camelot. Soltanto lui, ovvero Galahad, avrebbe infatti potuto sedersi sul seggio senza essere bruciato vivo o senza sprofondare in un baratro.

La necessità della purezza interiore deriva dalle parole stesse del Vangelo di Giovanni, nel quale si riporta che Gesù, poco prima della Cena, così disse ai suoi Apostoli: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». (Gv 13, 10-11). In più, è narrato che Giuda Iscariota, l’apostolo che tradì Gesù, non venne ammesso all’Ultima Cena poiché non puro di cuore: “ Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte”. (Gv 13,30). Da ciò è derivata nei secoli la tradizione che solo i puri di cuore possano essere condotti verso il Graal.

Per questa ragione, questo mito ossessionò nel XX secolo anche i Nazistiispirati dai racconti non solo francesi e inglesi, ma anche di Wolfram von Eschenbach, un contemporaneo tedesco di Robert de Boron: secondo i capi nazisti (soprattutto Hitler e Himmler), il ritrovamento della reliquia sarebbe stata prova della purezza di cuore del popolo tedesco sopra ogni altro popolo e avrebbe benedetto e colmato di grazia il Terzo Reich.

La ricerca del Santo Graal era importante non solo per motivi religiosi, ma perché la conservazione del prezioso oggetto sarebbe dispensatrice di grazie di ogni tipo. Una leggenda vuole che alcuni sovrani presso cui fu conservato il santo calice siano stati i Merovingi, i primi re dei Franchi. Si diceva infatti che la dinastia dei Merovingi possedesse un “tocco curativo” e che questo dono gli derivasse appunto dal Sacro Graal e dalla discendenza con Gesù Cristo. Fu solo dopo la loro detronizzazione, avvenuta da parte della dinastia dei Pipinidi, che venne attribuito a questi sovrani l’appellativo di “Re Fannulloni” (Rois fainéants), sia a causa della profonda crisi che colpì di fatto l’antica famiglia reale, sia per legittimare la loro deposizione.

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